di   Giorgia Salatiello(*)

 

 

 

(*)  Ordinaria di Filosofia  Università Gregoriana di Roma

 

In altra sede ([1]) si è operato un confronto critico tra le fondamentali argomentazioni dell’antropologia teologica e le proposte e prospettive del transumanesimo, mentre qui, in modo più sintetico, si intende vedere come il postumanesimo solleciti la teologia cristiana a ripensare sempre più in profondità le sue affermazioni sull’essere umano e sul senso della sua esistenza ([2]).

Anche ora, come nell’altro luogo citato, non si entrerà nei dettagli delle singole tesi del postumanesimo, spesso tra loro differenti, ma si considererà quello che è un nucleo ampiamente condiviso, al di là delle diverse impostazioni dei vari autori e movimenti.

 

Come irrinunciabile punto di partenza per il riferimento all’antropologia teologica si assume la sua concezione di un essere umano radicalmente unitario, senza alcuna frattura tra le sue dimensioni corporee e spirituali, e ciò ha, nel testo biblico, un duplice fondamento.

Da una parte, infatti, la creazione ad immagine di Dio (Gen. 1, 26-27) non riguarda solo l’anima, ma tutta la creatura che è situata in un rapporto assolutamente peculiare con Dio, mentre, dall’altra, l’incarnazione di Cristo, da cui con la passione, morte e risurrezione deriva la salvezza, impedisce di escludere il corpo dall’unico piano redentivo di Dio.

L’antropologia che emerge dalle assunzioni del postumanesimo è, invece, radicalmente diversa e prospetta una concezione sostanzialmente dualista, inevitabilmente destinata a sfociare nel più evidente riduzionismo.

Il corpo, infatti, non è una dimensione intrinsecamente costitutiva dell’umano, ma è nettamente contrapposto al sé (non si parla più qui di anima) e può essere arbitrariamente ed indefinitamente modificato, fino ad essere integralmente sostituito da prodotti tecnologici, prefigurando l’esito estremo del cyborg ([3]).

Come si accennava, muovendo da concezioni dualistiche, inevitabilmente si approda al riduzionismo poichè non riuscendo più a tenere insieme componenti radicalmente eterogenee, si perviene all’eliminazione di una delle due e l’essere umano è ridotto alla sola materialità del corpo e, successivamente, della tecnologia.

Questa visione costituisce un’enorme sfida per l’antropologia teologica che, nella fedeltà ai suoi fondamenti biblici, non può accogliere alcuna forma di dualismo, ma che, d’altra parte, deve conservare una chiara dualità di dimensione che non riduce l’essere umano al solo corpo, riconoscendo l’esistenza e la realtà dell’anima spirituale.

 

Le precedenti riflessioni sulla creazione ad immagine di Dio e sulla redenzione in Cristo inducono a portare l’attenzione su di un’altra cruciale questione che è possibile sollevare in termini di interrogativo: si può parlare di unità del genere umano?

Nell’ambito dell’antropologia teologica la risposta è immediatamente positiva poichè il disegno creativo e redentivo di Dio abbraccia tutti indistintamente, ma, se si volge lo sguardo al postumanesimo tale risposta è molto più complessa e problematica.

Si è visto, infatti, che al centro delle proposte postumaniste vi è la decisa volontà di “enhancement”, ovvero di continui e radicali miglioramenti e trasformazioni.

Sorgono qui due precise ed ineludibili domande riguardanti i soggetti ai quali tali trasformazioni sono indirizzate, dal momento che è impensabile che esse possano coinvolgere tutti indistintamente.

In primo luogo, quale deve essere il criterio per la selezione? Gli individui da potenziare saranno scelti in base alla posizione socio-economica o al contesto di appartenenza? Già da questo emergono forti dubbi sulla possibilità di continuare a pensare ad un unico genere umano, considerando le radicali differenze che verrebbero introdotte, mentre, in seconda istanza, ci si può interrogare sugli scenari futuri prevedibili.

I “potenziati”, cioè, potrebbero configurarsi come una razza distinta e superiore, prefigurando il ripetersi di scenari, purtroppo, sovente visti nel passato; quali quelli di una minoranza privilegiata che detiene il potere nei confronti di una maggioranza debole e senza strumenti adeguati di difesa.

Anche su questo punto, come su quello precedentemente affrontato, la teologia è chiamata a dire una chiara parola ed a prendere una precisa posizione nella fedeltà alla visione antropologica fondata sulla Scrittura e sulla sua rilettura nella Tradizione.

 

Nella prospettiva della teologia cristiana la piena comprensione del significato dell’esistenza, tuttavia, non scaturisce solo dal riferimento alla creazione ad immagine di Dio, ma anche, inscindibilmente, da quello al suo fine ultimo, ovvero all’orizzonte escatologico in cui è ricompresa tanto la vita del singolo, quanto quella dell’intera umanità.

La storia, infatti, sia quella individuale che quella collettiva, tende ad una promessa che, con Cristo, è già resa presente, ma che sarà compiutamente realizzata solo al di là di essa, oltre tutte le vicende di questo mondo.

Apparentemente vi è qui sintonia con la prospettiva del postumanesimo, tutto proteso verso attivazioni future per ora solo prefigurate, ma, guardando in profondità, la distanza è abissale, innanzitutto perchè le mete che esso si prefigge sono tutte intrastoriche e non implicano alcuna tensione verso un’ulteriorità extramondana.

In secondo luogo, poi, proprio per il loro carattere immanente, queste mete non sono mai veramente ultime, ma sempre provvisorie e tali da essere superate in una successione per la quale non è prevedibile alcun termine definitivo.

Si tratta, cioè, di una prospettiva fortemente segnata da una visione evoluzionistica, per la quale solo impropriamente e con grande approssimazione si può parlare di concezione escatologica, evidenziando, così, la differenza con la teologia cristiana.

 

Da tutte le considerazioni effettuate risultano evidenti le incompatibilità tra l’antropologia cristiana ed il postumanesimo, ma il confronto critico non può fermarsi qui ed esso stimola la teologia ad un ripensamento sempre più approfondito delle sue affermazioni.

Senza, infatti, rinunciare al suo radicamento nella Scrittura e nella Tradizione, la teologia è indotta ad accogliere quella che si presenta come una sfida radicale che la chiama ad un’opera di continua riformulazione di ciò che, pur immutabile nella sostanza, deve, però, essere presentato con modalità espressive che risultino comprensibili nell’attuale panorama di cui il postumanesimo è una componente di indubbia rilevanza.

[1]     “L’antropologia teologica si interroga sui recenti scenari sollevati dl transumanesimo” (di prossima pubblicazione)

[2]     Transumanesimo e postumanesimo non sono precisamente sinonimi, ma, per lo scopo che ci si prefigge, possono essere assunti con il medesimo significato

[3]     P. BENANTI, “Ut si homo non daretur? Un tentativo di dialogo con il post-umano a partire da alcuni spunti della Gaudium et Spes”, in Gregorianum 97/3 (2016), p.550
<<Il corpo è una sorta di sostrato che permette l’esistenza ma che può essere modificato, alterato e, quando sarà possibile, anche rimpiazzato da un altro “medium”>>

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