di Claudio Bonito

 

 

La prospettiva che qui si vuole usare per tentare di presentare attraverso  un   significato coerente la corrente di pensiero chiamata “postumanesimo”, è quella data  dall’immagine di  un movimento culturale che si fonda  essenzialmente su una nuova  visione  che, mettendo in discussione  l’attuale nozione  di “umano” e di “umanità”, contribuisce alla creazione di una nuova  antropologia  basata  sul venir meno della solidità data da  quei  concetti, quali fragilità e limite biologico, sui quali si fondano le attuali definizioni  identitarie, appunto,  di uomo e di umanità.

La questione del postumanesimo, allora,  trova le sue origini in una  nuova visione dell’uomo e dell’umanità che, perdendo  la sua immutabilità, si rende soggetta alle modificazioni indotte dalle capacità tecniche che l’uomo stesso ha sviluppato e che contribuiscono ad elaborarne una nuova concezione.

Nella parola “postumanesimo”, però,  rischia di insinuarsi  una palese  contraddizione. Il suffisso “post” indica, infatti, un momento temporale che oltrepassa il soggetto al quale si riferisce ma allo stesso tempo ne rimanda una dimensione ontologica. La questione, allora, che emerge è se  post-umano è ancora  qualcosa di  umano e se la rappresentazione di un dopo – uomo, quindi temporale e storica, coincide ancora  con l’immagine del mondo che di essa  se ne da.

 

Al di là delle suggestioni futuristiche  non c’è dubbio che il progresso scientifico e biotecnologico sta mettendo in discussione e ridisegnando  la relazione natura-cultura e, ovviamente, ridefinendo il nostro concetto di vita biologica.

Più le nostre indagini si spingono in profondità nella costituzione della materia, più, ai nostri occhi, i confini tra organico e inorganico si rendono vaghi. Gli atomi e le particelle che compongono un minerale  sono le stesse che troviamo in un tessuto biologico o in un pezzo di plastica. Si traccia così  l’orizzonte entro il quale le nanotecnologie, eludendo il confine ibridativo  tra natura e tecnologia, aprono all’uomo la prospettiva di una nuova antropologia.

Allo stesso tempo le neuroscienze e la biotecnologia tendono verso  un’ibridazione coniugativa sempre più serrata fino al punto di considerare il neurone come  un’interfaccia informatica attiva. La genetica e l’ingegneria biomolecolare si avvicinano sempre più a quel limite, considerato bioeticamente invalicabile, che consiste nella creazione di una cellula in laboratorio o, peggio, nella clonazione di un embrione umano. La biologia e la farmacologia, dal canto loro,  offrono possibilità di potenziamenti biologici e cognitivi sempre più sofisticati alterando le prestazioni.

L’idea del miglioramento e del potenziamento (enhancement)  si è ormai insinuata nella nostra quotidianità dandoci la sensazione che tutto sia possibile e che il nostro limite biologico possa essere spostato continuamente fino all’aspirazione estrema della sua totale eliminazione. Un potenziamento, quindi,  ottenuto e ricercato attraverso l’uso e l’applicazione di prodotti della scienza biotecnologica  chirurgica e farmaceutica che, come sottolinea la prof.ssa Palazzani,  “include svariate modalità di intervento sull’uomo, il cui minimo denominatore comune è l’alterazione – moderata o estrema – del corpo e della mente, finalizzata al perfezionamento della salute e della vita”.[1]

Se la questione qui posta, quella del postumanesimo, risulta essere relativamente recente non lo è l’aspirazione dell’uomo che ad essa ha sempre mirato. L’uomo da sempre ha, prima attraverso la tecnica e poi con tecnologia, cercato di migliorarsi e migliorare le proprie condizioni di vita ma solo nell’ultimo secolo lo sviluppo delle conoscenze tecnoscientifiche ha permesso la realizzazione di ipotesi ibridative. Del resto,  come ben sottolinea Giuseppe Cambiano nella prefazione al suo libro Platone e le tecniche[2], uno dei termini usati con maggior frequenza è proprio quello di tecne. Lo stesso autore partirà infatti, nel I capitolo, dal dialogo Il Protagora a proposito del  quale, tra le altre cose,   sottolineerà come l’uso delle tecniche per l’uomo, si rendono indispensabili data l’insufficienza delle doti naturali umane ai fini della sopravvivenza.[3] Arnold Ghelen (1904-1976), uno dei maggiori interpreti di quella corrente di pensiero denominata Antropologia Filosofica, riprenderà questo pensiero (insieme alla considerazione  nietzschiana di “animale non ancora definito”),  inaugurando il concetto di uomo come “essere carente” condannato ad una perenne strutturazione in virtù di un logos che agisce in controcorrente rispetto al mondo naturale; l’uomo modifica l’ambiente mentre gli animali modificano loro stessi.

Ritornando all’antichità, anche Aristotele, nell’Etica Nicomachea, cita l’espressione techne come virtù, capacità di realizzazione pratica (poiesis) di artefatti, di  nuovi enti, in un mondo che per Aristotele è un oggetto di conoscenza anticipando l’attitudine che caratterizzerà l’epoca moderna  a ridurre ciò che si conosce a ciò che si può misurare e quindi a ciò che si può alterare, cambiare, artefare.

Il rapporto tra uomo e tecnica ha accompagnato la storia del pensiero, da Cartesio che, nel suo  Discorso sul metodo, invoca un uso delle tecniche col fine di diventare “dominatori e padroni della natura”, fino ad Heidegger che, invece, nel sottolineare  l’ossessione dell’uomo per il tentativo  di capire i meccanismi reconditi del mondo naturale finalizzati ad un controllo e ad un uso utilitaristico, ne indica  al contempo i pericoli dati dalla perdita dell’abitudine dell’uomo stesso di porsi all’ascolto della natura. Il pensiero calcolante che nasconde il pensiero meditante. In questa dicotomia si intravede  la tensione concettuale che caratterizzerà la filosofia postumanista.

 

Il  postumanesimo, con le sue contraddizioni e le sue speranze nasce, quindi, in epoca contemporanea, quando cioè la tecnica, avendo ormai raggiunto quel grado di sofisticazione tale da rendere il confine tra artificiale e naturale estremamente labile, induce nell’uomo la speranza che attraverso il suo uso, insieme alla  tecnologia e alle scienze applicate, l’uomo riesca a variare i limiti dati dalla sua finitudine all’interno della  dinamica evolutiva e in un rapporto sempre più ibridativo e coniugativo, assumendo quelle caratteristiche di reciproca  pervasività tali da mettere in discussione, se non ridisegnare, appunto,  il concetto stesso di umanesimo.

[1] L. Palazzani, Il potenziamento umano. Tecnoscienza, etica e diritto, G.Giappichelli Editore, Torino 2015

[2]  Giuseppe Cambiano, Platone e le tecniche, Piccola Biblioteca Enaudi, Torino 1970.

[3] Ivi, p.14.

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